Quando la lingua non è trasparente

“Immaginiamo che un personaggio, per dire che qualcosa è facile, usi l’espressione “piece of cake”. Ovvio che noi optiamo per “come bere un bicchiere d’acqua” o “è una passeggiata” o qualcosa del genere. Ma cosa succede se il personaggio, dopo aver pronunciato questa frase, mangia un pezzo di torta per sottolineare quanto ha detto? Be’, la maggior parte dei traduttori gli farà bere un bicchiere d’acqua. Vabbè, ma cosa succede se poi, metti, le torte hanno un ruolo fondamentale nel libro, se la metafora della torta diventa così importante nell’economia del libro da non giustificare la trasformazione di ogni “cake” in “bicchiere d’acqua”? Il dilemma è ancora più pressante se non stiamo traducendo un testo scritto, ma un audiovisivo.
Se poi hai tradotto un romanzo, ti sei scervellato per trovare una soluzione che funzionasse in italiano cambiando anche dei particolari, e poi da quel testo ti traggono un film in cui la tua soluzione non ha più senso, allora ti viene voglia di piangere. Ma forte.”

Quando la lingua non è trasparente

Anche una sola parola

Traduzione fu una parola che mi fece riflettere. Quello Stevenson non aveva un cognome italiano, dunque il suo romanzo doveva essere stato scritto in un’altra lingua, dunque quello che io avevo letto… Globi di gioia lampeggiarono nella mia mente. Mi ero inoltrato con consapevole velleità in una ricerca di discordanze esteriori che potessero in qualche modo illudermi della non completa coincidenza fra i due libri, ed ora addirittura trovavo una chiave che mi prometteva di spalancare fra loro una… una distanza. Poiché bastava che anche una sola parola fosse diversa da una traduzione all’altra perché l’intima sostanza dei due libri non fosse più sovrapponibile: allora io avrei potuto rileggere la Freccia nera come fosse una nuova storia, e la stortura cosmica che tanto mi stava facendo soffrire sarebbe stata raddrizzata.

Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia